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Don Chisciotte

Quixote – 2015 – stampa su carta

Ho letto Don Chisciotte solo una volta 5 o 6 anni fa. Fu una fatica perché comprai un’edizione molto economica1, con le pagine viscide e sottilissime. 

Lo dico per chiarire che quanto segue non ha pretese accademiche e non intende semplificare un argomento delicato e a me caro. L’argomento è quello della salute mentale, ma non solo. Don Chisciotte parla di immaginazione, di ossessione, di incomprensione e di convinzioni radicate. Di illusioni e esperienze allucinatorie.

Mi ha fatto piangere in più di un’occasione, anche dal ridere.

La scorsa settimana ero in una lavanderia a gettoni e mi è tornato in mente questo passaggio che negli anni avevo già ricercato e riletto, perché durante la prima lettura mi si scolpì profondamente nella memoria.


Don Chisciotte è in compagnia del suo scudiero, e decide di sottoporsi a una penitenza degna di un cavaliere errante. Trova un luogo fresco, con un ruscello; lì impazzirà per dimostrare il suo amore alla bella Dulcinea del Toboso, alla quale invierà una lettera tramite Sancio. Attenderà la risposta dell’amata sradicando alberi e facendo a brandelli i suoi vestiti.

Qui sta il punto, rispose don Chisciotte, e qui sta l’acutezza del mio divisamento! Non v’è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo; e poi, non ne avrei io un’ampia causa nella mia lunga lontananza dalla sempre mia signora Dulcinea del Toboso? ché come già udisti da quei pastori di Ambrogio, chi sta lontano porta seco tutti i mali e timori. No, amico Sancio, non perdere il tempo a sconsigliarmi dall’eseguire sì rara, sì felice, sì inaudita imitazione; io sono pazzo e debbo restar pazzo finché tu ritornerai a me colla risposta di una lettera che penso d’inviare col tuo mezzo alla mia signora Dulcinea: e se tale sarà la risposta quale si conviene alla mia fede, avrà fine la mia pazzia e la mia penitenza; e se mi addivenisse il contrario, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni; ed in qualunque maniera ch’essa risponda, io uscirò dal conflitto e dal travaglio in cui mi lascerai godendo del bene, se bene mi apporterai, o non sentendo il male per essere pazzo, se male mi recherai.

Da wikipedia, su cui si trova il testo completo, in una traduzione un po’ datata, ma affascinante.


Adesso ho tre considerazioni in merito che mi piacerebbe condividere con voi

  1. Ognuno ha la miglior Dulcinea che riesce, che può o che si merita. Come dire, con la propria immaginazione ognuno fa del suo meglio, e non è detto che sia abbastanza.
  2. Ognuno fa del suo meglio anche con la propria pazzia. C’è chi la subisce, chi la impone agli altri, chi la conosce come una vecchia amica, chi la sbandiera per sentirsi al sicuro. La pazzia è un rifugio estremo: chi lo abita non ricorda che c’è gente che sceglie di andarci in vacanza. 
  3. Di questi tempi è un lusso scegliere di impazzire lungo un ruscello in compagnia del proprio cavallo. Molto più frequente è che capiti di impazzire in una lavanderia a gettoni, circondata da robe scassate e gente sofferente, con le proprie Dulcinee a cui render conto, con i propri Scudieri da inviare in missione, e con le proprie pazzie in cui specchiarsi. 

  1. Costava molto poco, circa 15 euro, e le 1200 pagine circa, illustrazioni comprese, non occupavano più di 5 cm di spessore. Il volume ha un peso specifico simile a quello del granito, e leggerlo a letto era praticamente impossibile. ↩︎