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Upcycling

In questo articolo parlerò di UPCYCLING e nello specifico di upcycling di abbigliamento, una pratica sempre più diffusa, e con ancora tanto potenziale da rivelare.

Upcycling, recycling, downcycling
UPCYCLING – RECYCLING – DOWNCYCLING

vi racconto come sono finita a fare upcycling di abbigliamento e perché non voglio smettere più


Upcycling è un termine che è stato usato la prima volta negli anni 90 per definire una pratica di riciclo virtuoso. A usarla è stato l’ingegnere meccanico Reiner Pilz, in un articolo1, in cui sostanzialmente parla di possibilità del riciclo industriale e riduzione degli sprechi.

In italiano viene a volte tradotta come riuso creativo o riciclo creativo.

Se partiamo dal presupposto che da un punto di vista etico riciclare è sempre meglio che non farlo, dal punto di vista economico questo processo può essere conveniente (up-cycle) o no (down-cycle).

Con riciclo industriale intendiamo quel procedimento che permette di riportare un materiale esistente ad uno stadio nuovamente lavorabile. Questi processi utilizzano risorse ed energie, e non sempre il materiale ottenuto è paragonabile a quello di partenza. Insomma ci sono materiali che è economicamente vantaggioso riciclare, ed altri no.

Con il tessile si può fare un buon esempio. La rigenerazione della lana2 è un tipo di riciclo piuttosto virtuoso, perché usando relativamente poche energie e risorse, è possibile ottenere una fibra paragonabile a quella vergine.

Il cotone invece è molto difficile da rigenerare, e il materiale ottenuto è generalmente di qualità più scarsa rispetto a quello di partenza. Risulta inadatto all’abbigliamento3 se non integrato con grandi quantità di fibra vergine.

In un ottica industriale, ha senso parlare di Upcycling solamente dove, cambiando destinazione d’uso a un materiale di scarto o a un rifiuto, diventi conveniente lavorarlo.

Ad esempio esistono aziende che trasformano gli scarti tessili in materiale edile, fonoassorbente o isolante.

Il secondo modo di intendere il termine upcycling fa riferimento ad una pratica artigianale.

In questo caso il termine può essere tradotto con riuso creativo o riciclo creativo. Si produce quando le energie impiegate nella trasformazione di un oggetto sono principalmente energie creative / trasformative.

Partendo da materiali non più servibili o scarti di produzione, un oggetto viene trasformato, cambiandone o meno la destinazione d’uso, possibilmente guadagnandoci qualcosa dal punto di vista estetico o pratico.

Secondo me un buon esempio di questo modo di fare l’upcycling, è l’altalena fatta con il copertone. Il copertone in questione non è più sicuro per la strada, ma regge di certo il peso di un piccolo essere umano. Magari non è l’altalena più bio-compatibile che c’è, però funziona, ed è stata costruita applicando una quantità di energie e risorse minime.

Gli esempi di upcycling artigianali sono infiniti. Gioielli, arredamento, abbigliamento, tessili per la casa, in questi anni stiamo assistendo alla fioritura di innumerevoli attività che fanno degli scarti degli altri il loro materiale preferito. Ci sono persone che preferiscono lavorare con gli scarti di produzione e altre con oggetti non più utilizzabili, ma il punto è sempre quello: quello che una persona non usa più per un’altra può essere un tesoro.

upcycling copertone altalena

Cercando il termine upcycling in rete troviamo una definizione che personalmente approvo solo in parte.

Si legge che: ” l’upcycling è un procedimento di trasformazione di un oggetto indesiderabile in qualcosa di maggior valore, reale o percepito.”

Personalmente approvo questa definizione solo in parte. È innegabile che se, attraverso il nostro atto trasformativo, strappiamo un oggetto dalla discarica e lo re-immettiamo sul mercato, ne aumentiamo il valore. Come rifiuto infatti un oggetto è solo un costo, mentre se torna ad essere merce, si può dire abbia un valore.

Il valore di qualcosa però è strettamente legato alle necessità dei singoli. Niente ha più valore di un fazzoletto da naso se ho il raffreddore, o di una giacca abbandonata nel portabagagli, se ho freddo. Se aggiungo dei diamanti a quel fazzoletto ne aumento il valore o ne comprometto la funzionalità?

Una t-shirt aumenta di valore se ci aggiungiamo il marchio di un brand famoso? La risposta è sì, e la spiegazione è che in quel marchio, sono condensati anni di lavoro, di prove, di test, di fallimenti e di investimenti4.

Ma l’atto di aggiungere un logo è upcycling? Se torniamo alla definizione presa dalla rete è così, anche se è evidente però che non può bastare.


vivienne westwood
Vivienne Westwood negli anni 70

L’upcycling dell’abbigliamento affonda le sue radici nel punk. E quando si parla di punk e di abbigliamento non si può non citare Vivienne Westwood.

Negli anni 70 i giovani sono stanchi e arrabbiati. Ne hanno abbastanza delle tradizioni, della monarchia e del perbenismo. Il punk, come contro-cultura nasce più o meno così. E l’abbigliamento di questi giovani non può che rispecchiare questa rabbia e la necessità di prendere le distanze da quello che viene comunemente chiamato “buon gusto“.

Vivienne Westwood apre la sua prima boutique a Londra nel 1971. Inizia a sperimentare con l’abbigliamento, dissacrando e trasformando capi anonimi. La sua sperimentazione la porta verso quell’estetica che oggi è nota come punk.

Di fatto stava praticando l’upcycling, anche se a quei tempi si chiamava Do It Yourself5.

Sono innumerevoli i designer e i brand che oggi stanno sperimentando l’upcycling nell’abbigliamento. Parliamo sia di giganti del haute couture, sia di artigiani e artisti che vendono ed espongono in mercati locali, fiere e botteghe. E sì, c’è tanta fuffa6 in giro. C’è chi preferisce utilizzare scarti industriali, collezioni invendute o indumenti inutilizzati.

Vi racconto come è successo per me, e come è diventato prima il mio gioco preferito, e poi il mio lavoro.

Io faccio la sarta dal 2009. Ho avuto una formazione sartoriale classica (per l’industria) e quando ho iniziato a lavorare ho scelto di essere una sarta per lo spettacolo. Questo perché adoro i vestiti e ho una vera ossessione per il tessuto, ma non sopporto le logiche della moda. 

Nel 2019, come molti, ho avuto un po’ di tempo libero7, e mi sono inventata PUNTO. 

PUNTO è nato come progetto di abbigliamento sportivo e doveva essere un lavoro tappabuchi per mettere a frutto le pause tra una produzione e l’altra, che nel teatro sono fisiologiche.

Nel 2020 ho creato la mia prima FelpaMeticcia. È stato un momento illuminante perché ho capito come coniugare la mia necessità di creare vestiti per la vita quotidiana e nello stesso tempo farlo con le mie regole.

upcycling baratto

2019/2020, pieno covid, teatri chiusi, negozi chiusi, nessuno va da nessuna parte. Io sono felice di stare in casa, stare a casa mi piace moltissimo. Però la macchina da cucire chiama, e io ho finito la mia scorte di tessuto. Sto lavorando sul mio modello di felpa, e non ho materiali per provare le modifiche. STACCO.

Sto cercando qualcosa da mettere, e voglio mettermi una felpa. Ho 10 felpe, ma è mai possibile che nessuna di queste sia proprio quella che voglio mettere? STACCO

L’idea l’ho avuta in camera da letto, davanti ad una montagna di felpe lanciate sul letto, e me lo ricordo bene perché in quel momento ho trovato la soluzione a due problemi contemporaneamente: sbarazzarmi dei vestiti che non uso, e avere esattamente quello che sto cercando, ovvero una felpa che sia fatta come voglio io.

Ho preso tutte quelle felpe e le ho smontate, e poi le ho rimesse insieme, ed è venuto fuori quello che poi ho chiamato felpaMeticcia, ma che avrebbe potuto chiamarsi Felpa Frankenstein.

Alla fine ho scelto meticcia perché mi piacciono i cani, ma questa è un’altra storia.

Vedo quello che faccio come un servizio in due fasi. Da una parte posso farmi carico dei tuoi indumenti inutilizzati, perché per me sono una risorsa. Dall’altra progetto e creo abbigliamento fatto utilizzando questi materiali.

Creo solo pezzi unici. Le mie felpe sono pensate per essere un oggetto prezioso, a cui è possibile affidare dei ricordi. Mi assicuro di usare solo materiali integri e mi preoccupo della durabilità e della qualità di ogni capo. Mi piace che siano morbide e colorate e mi rifaccio a un’estetica anni 90.

Questo lo faccio usando solamente materiale che qualcun’altr* ha considerato uno scarto.

Nella progettazione preferisco partire dai colori e solitamente servono 3 felpe inutilizzate per farne una che possa durare anni. (più info sul progetto qui)

felpa Rosa Upcycling

La maggior parte dei materiali che uso arrivano da clienti che scelgono il baratto come forma di pagamento, totale o parziale. Ho poi un fornitore di abbigliamento usato da cui compro le felpe a peso, e cerco spesso in negozi second hand o mercatini. Il tessuto vergine invece arriva esclusivamente da invenduto di altre aziende o come si dice di questi tempi dead-stock8.

Nella realizzazione di progetti personalizzati, do’ la possibilità di inserire una o più felpe amate, in modo da continuare ad indossare quei ricordi.

Vorrei chiudere questo articolo con un elenco di amici e colleghi che hanno fatto di materiali di recupero il loro tesoro! Sono belle persone, che hanno storie che meritano di essere ascoltate. Vi metto dei link, così potete farvele raccontare da loro.

Eccoli, in rigoroso ordine alfabetico!

Andrea è uno scultore. Nelle sue opere oggetti d’uso comune ormai abbandonati, perdono ogni contatto con la loro funzione originaria. Niente però va davvero perso. Quasi portassero addosso tutte le storie degli oggetti di cui sono fatte, le sue creature finiscono per essere estremamente espressive, come i personaggi di una storia nuova.

www.andrealocci.it

Raffaella lavora con i palloni bucati. Nelle sue mani si trasformano in borse e zaini colorati e resistenti. Ogni pezzo è unico e salva un pallone dalla discarica. La sua estetica è decisamente anni 90, e gli amanti del genere potranno completare il set con i borsellini-audiocassetta che personalmente trovo adorabili.

www.instagram.com/borseapallaphoenixx

Alice e Mirko riciclano le bottiglie di vetro, che trasformano soprattutto in meravigliosi set di bicchieri, ma anche vasi e lampade. Divertenti, provocatori, leggeri, elegantissimi, ce n’è davvero per tutti gusti e per tutti gli stili. I loro lavori sono perfetti per dare un tocco originale agli ambienti più diversi e, come se non bastasse, sono anche iper funzionali e comodi da usare.

www.instagram.com/coeman_maninarte

Sergio realizza gioielli dall’estetica industrial e dalle linee pulite. Tubi, dadi, chiavi e scarti vari di metallo, nelle sue mani si trasformano in oggetti preziosi e dall’impatto potentissimo. Ingranaggi e tubi sono ben in vista, e salta subito all’occhio la sua grande abilità nella lavorazione dei metalli.

www.instagram.com/grage.art

Claudia lavora con la carta, in particolare con i libri destinati al macero. Con questi realizza delicatissimi gioielli che sono vere e proprie storie da indossare. Carta, parola stampata e pietre dure, tutto in composizioni leggere e lineari. I suoi lavori sono romantici ma anche ironici, sono eleganti, ma anche perfetti per sdrammatizzare. 

www.instagram.com/jekiart

Giulia e Raul lavorano con camera d’aria e copertoni. Realizzano principalmente borse, zaini, e astucci, ma anche gioielli e altri accessori. Lo stile è minimale e le linee pulite valorizzano il materiale di partenza in maniera sorprendente.

www.pielderueda.com

Teddy realizza gioielli con antiche posate in argento. Con queste realizza soprattutto anelli, ma anche bracciali e pendenti. Il suo obbiettivo è liberare le posate dall’incubo dei cassettini, delle vetrinette e delle scatoline foderate i velluto. I suoi gioielli sono davvero carichi di storia e di storie: spesso romantici, a volte ironici, di sicuro non passano inosservati. 

www.teddyproduzioni.com


Ecco un po’ di link per approfondire il tema dell’upcycling, dell’impatto del fast fashion e della sostenibilità nel mondo dell’abbigliamento.

  • Solomodasostenibile – Un magazine, un podcast e una newsletter settimanale. Una vera miniera di informazioni sulla sostenibilità del tessile. Di Silvia Gambi
  • Junk, Armadi pieni – Serie tv. Il giro del mondo in 6 episodi, per raccontare l’impatto della moda sulle persone e sull’ambiente. Co-prodotta da Will Media e Sky Italia
  • Stracci – documentario sulla filiera del tessile, incentrato soprattutto sull’industria della lana rigenerata. Il documentario è su varie piattaforme di streaming.
  • DIY:Culture di Resistenza+ AzioneDiretta – tesi di laurea di Andre Brigade, 2002

  1. Qui l’articolo tradotto in inglese nel 1994: Thornton Kay, Salvo in Germany – Reiner Pilz, p14 SalvoNEWS No99 11 October 1994 ↩︎
  2. Vi la scio il link al trailer di un documentario molto interessante sulla rigenerazione della lana. Stracci, di Tommaso Santi, Silvia Gambi, distribuito da CG Entertaiment ↩︎
  3. Fortunatamente si sta facendo molta ricerca in questo senso, ottenendo materiali rigenerati di qualità sempre migliore. ↩︎
  4. La risposta è ovviamente molto più complessa di così, e forse ne parleremo in un altro articolo. In questo momento mi accontento di sottolineare che il mondo dell’abbigliamento è così saturo di valori illusori, che a volte scindere il reale valore di un capo e quello del suo marchio è praticamente impossibile. ↩︎
  5. Il pensiero Do it Yourself (DIY) non ha direttamente a che fare con il riciclo, ma più con il rifiuto dell’idea che ogni cosa di cui un individuo ha bisogno debba essere acquistata. È una posizione anticapitalista, e ha molto a che fare con l’indipendenza dall’industria e dalle multinazionali. ↩︎
  6. Fuffa – Ciarpame, roba che non vale niente; argomentazione ingannevole o inconsistente ↩︎
  7. Covid, già. ↩︎
  8. Dead-stock – tessuti in giacenza. I tessuti così denominati, possono essere avanzi da collezioni precedenti, merce rifiutata dal cliente o invenduto. ↩︎

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