Quante volte abbiamo sentito dire che la moda è uno dei settori più inquinanti al mondo? Se è vero che la moda inquina soprattutto perché la consumiamo a ritmi forsennati, d’altra parte è impossibile conservare i nostri indumenti per sempre, soprattutto se decidiamo di passare a uno stile di vita più minimale. Questo articolo serve per dare indicazioni pratiche a chi decide che è ora di sbarazzarsi di qualche vecchio capo d’abbigliamento, anche in vista della serie di eventi a tema Decluttering Empatico in programma a Firenze, il 28 Maggio e 4 Giugno.
Quando ci liberiamo di un capo d’abbigliamento siamo portati a pensare che lo stiamo donando. Quello che stiamo facendo in realtà è conferire un rifiuto. Questo è uno dei fraintendimenti su cui si basa l’industria del fast fashion e la de responsabilizzazione negli acquisti.
É del tutto sano e comune avere la necessità di smaltire rifiuti tessili, e dobbiamo intenderli più o meno come facciamo con le plastiche o con il tetra pack, quindi capire dove metterli o a chi affidarli.
Il primo passo per capire qual è la destinazione migliore per i tuoi capi è capire quanto sono usurati. Si tratta sostanzialmente di capire che cosa può essere recuperato; iniziamo dividendoli in 3 gruppi
BUONO STATO: Non lo indossi perché non ti piace il colore, non va bene la taglia o non ti dona la forma. Però l’indumento è perfetto. Per indossarlo non servono riparazioni, non ci sono macchie né buchi o scuciture. Può essere indossato oggi stesso senza bisogno di modifiche.
USATO DISCRETO: Non lo indossi perché servirebbe qualche riparazione. Ci può essere un buchino, qualcosa di scucito o una macchia un po’ grossa che non se ne va. Hai altre mille cose più carine e non ti va di farlo riparare. Il tessuto è sostanzialmente buono, e basterebbe poco per farlo tornare utilizzabile.
USATO DA BUTTARE: Mucchio della roba che non ce la fa più. In questo gruppo rientrano biancheria intima, calzini bucati, asciugamani e lenzuola che hanno vent’anni e tutti quei vestiti che hanno fatto il loro 🙂
Cosa si può recuperare?
BUONO STATO: i vestiti usati che si trovano in questo gruppo hanno valore come indumenti in se. Possono essere indossati oggi stesso da un’altra persona. Più questa persona è vicina a te, minore sarà l’impatto di questa donazione. Se pensi che nei paesi in via di sviluppo le persone abbiano bisogno dei tuoi vestiti ti sbagli.1
USATO DISCRETO: gli indumenti che abbiamo messo in questo gruppo possono avere valore come indumenti se vengono trasformati, o come materia prima (tessuto – accessori) se vengono smembrati. Perché recuperino valore è necessario che delle energie trasformative vengano applicate.
USATO DA BUTTARE: gli indumenti che abbiamo messo in questo gruppo possono avere valore se si riesce a rigenerarne la fibra. Per questa trasformazione vengono impiegate una notevole quantità di energie, ma grazie alla ricerca oggi è possibile rigenerare lana con risultati eccellenti, il cotone discretamente e alcune fibre sintetiche2 come nylon e poliestere.
Cosa fare dei tuoi 3 mucchi?
Quindi dove li porto? Una serie di opzioni toscano centriche*
VESTITI USATI IN BUONO STATO
É di fondamentale importanza consegnare i nostri vestiti usati in buono stato a privati e associazioni che si occupano di redistribuirli sul nostro territorio. Devono essere consegnati lavati. Di seguito una lista di associazioni o privati che possono prendere i vostri vestiti in buono stato. Prendere contatto con le varie realtà per concordare i dettagli
ARMADILLO – Pistoia: Grazia gestisce questa raccolta di indumenti e accessori usati a Pescia (PT). Al momento l’attività sta vivendo una momento di riflessione, quindi portiamo pazienza.
CURANDAIE – Firenze:Il loro sito; in questo momento la raccolta è sospesa ma riprenderà a breve
RICICLIDEA – Prato: Oltre a organizzare un mercatino basato sul baratto, in questo posto vengono organizzati laboratori e attività connesse al riciclo.> QUI PER ANDARE AL LORO SITO <
VESTITI USATI STATO DISCRETO
Non può essere donato o venduto perché servono riparazioni, ma il tessuto è sostanzialmente buono. Un artigiano potrebbe usarlo per le sue creazioni, ripararlo, modificarlo e venderlo. Segue un elenco di artigiani che lavorano con indumenti di seconda mano, o trasformandoli con ricami / applicazioni, o utilizzandone il tessuto come materia prima. L’elenco è in aggiornamento.
IAIA LAB: camicie di cotone e jeans. Laura è una sarta e crea cappelli, marsupi e accessori utilizzando il tessuto di abbigliamento second hand. Zona Lucca, scrivere una mail a laura.serafin86@gmail.com
PUNTO: indumenti in felpa. Valentina sono io, sono una sarta e raccolgo indumenti in felpa per recuperarne il tessuto. Zona Firenze, scrivere una mail a valentina@punto.fun o leggere questo articolo
T.ART.LAB: giacche di jeans. Sandra è una ricamatrice, e usa questa tecnica per trasformare le giacche di jeans. Zona Grosseto, scrivere una mail a infotratart@gmail.com
USATO NON BUONO
Il capo è palesemente vecchio, il tessuto si strappa ed è consumato in più punti. Va smaltito e pertanto è necessario capire di cosa è fatto
RIFO LAB: raccolta indumenti in lana cachemire o jeans. RiFò, recupera abbigliamento – anche a domicilio – che utilizza per rigenerarne le fibre. Tutte le informazioni qui
TERRA DI TUTTI: recuperano ombrelli rotti, jeans e sedie. Capannori (LUCCA). Il loro sito www.terraditutti.it
RACCOLTA INDIFFERENZIATA: (C’è POLEMICA) Nonostante dal 1 gennaio 2025 i comuni italiani siano obbligati a predisporre una raccolta specifica per i rifiuti tessili, le direttive di Alia Servizi Ambientali S.p.A. sono di conferire gli indumenti e accessori inutilizzati nella raccolta indifferenziata3.
I bidoni gialli – Ovvero i bidoni dei vestiti usati
In provincia di Firenze i bidoni per la raccolta di indumenti sono gestiti dalla Cooperativa di San Martino4 con cui Alia Servizi Ambientali S.p.A. (l’azienda che si occupa della gestione dei rifiuti) ha stretto un accordo.
Ciò che viene messo nei cassonetti gialli diventa di proprietà della cooperativa di San Martino che li venderà ad aziende che si occuperanno di dividere e rivendere gli indumenti a seconda della tipologia. Gli indumenti o accessori che mettiamo all’interno dei cassonetti vengono considerati un rifiuto urbano, e quindi non possono essere regalati o donati ad associazioni o privati.
“Le ditte che acquistano tale rifiuto si occupano di selezionarlo nelle varie tipologie possibili (dagli indumenti di prima scelta al pezzame fino allo scarto vero e proprio) e, smaltito quanto non commercializzabile, vendono gli abiti selezionati non più come rifiuto ma come indumento usato (1° e 2° scelta ottenuta al termine dell’operazione di recupero). La maggior parte di questi indumenti selezionati prende la via dei paesi dell’Africa, dell’Est Europa, del Sud America, dell’Asia. Una piccola parte, invece, può essere canalizzata verso i mercatini dell’usato italiani. 5 È per questo motivo che non dobbiamo scandalizzarci se ritroviamo sul banco di un mercato dell’usato un capo che avevamo messo dentro un cassonetto.”
E fuori dalla Toscana? Mi aiuti a fare un elenco?
Mi piacerebbe iniziare a raccogliere indirizzi e recapiti di realtà fidate e trasparenti che raccolgono e redistribuiscono abbigliamento anche al di fuori della mia ragione. Sono felice di collezionare anche contatti di artigiani e artisti che come me hanno scelto l’abbigliamento usato come materia prima per il loro lavoro.
L’obbiettivo è quello di creare un database di attività davvero impegnata a fare recupero e redistribuzione sul territorio, e che sia consultabile da chi ha necessità di conferire rifiuti tessili.
Se conosci qualche attività di questo tipo scrivimi una mail e sarò felice di aggiornare questo elenco! ♡
valentina@punto.fun oggetto: REALTà RESPONSABILI RACCOLTA USATO
Conclusioni
Sebbene la normativa Europea riguardo allo smaltimento dei rifiuti tessili sia chiara, il nostro comune sembra volersi adeguare con i propri tempi. In questo momento la gestione dei rifiuti tessili è gestita da un’associazione di matrice cattolica che contribuisce a inquinare paesi economicamente fragili. La prospettiva più prossima è la costruzione del Textile Hub di Prato che si aspetta di veder entrare in funzione a giugno 2026.
Note
Se non lo hai già fatto, ti invito a guardare questa piccola serie di documentari prodotti da WillMedia e Sky Italia. Durano circa 25 minuti l’uno e ogni episodio tratta il problema della gestione dello scarto o produzione dell’abbigliamento attraverso i luoghi nel mondo che maggiormente risentono dell’inquinamento tessile. ↩︎
Alcune fibre sintetiche possono essere riciclate praticamente all’infinito. Tuttali il procedimento è dispendioso ed inquinante. ↩︎
Provare il loro servizio informativo: dove lo butto e digitare “indumenti inutilizzabili” ↩︎
La Cooperativa di San Martino è diretta emanazione della Caritas Diocesana, è ispirata al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa >la loro mission qui<↩︎
Dal sito della cooperativa di San Martino sezione FAQ↩︎
DECLUTTERING EMPATICO – Due eventi in via del Porcellana
I primi eventi dal vivo! 28 Maggio & 4 Giugno
Sono molto felice di annunciarvi che abbiamo finalmente la possibilità di incontrarci dal vivo! Qualche settimana fa ho incontrato la Silvia di AllSistersStudio e abbiamo concepito questi due giorni per parlare di leggerezza e consapevolezza nei nostri armadi. (Lei lo racconta in questo articolo)
Saranno due aperitivi per parlare dei nostri armadi e dei vestiti che ci abbiamo messo dentro, in particolare cercheremo di capire come liberarci responsabilmente di tutti quei capi che occupano spazio e bloccano la nostra trasformazione. Ci concentreremo anche sulle soluzioni pratiche, fornendoti una lista di associazioni e artigiani interessati a quei capi che per te rappresentano un blocco, e per loro sono un preziosissimo materiale creativo.
I due eventi si terranno da All Sister Studio, in Via del Porcellana 57/59r – Firenze, il 28 Maggio e il 4 Giugno. Sono ad ingresso libero anche se è necessario prenotare.
Che cos’è AllSistersStudio?
AllSistesStudio è uno spazio creativo che si trova a Firenze, molto vicino alla stazione di Santa Maria novella. Lo spazio è abitato in pianta stabile da Silvia Baracani, architetta olistica e Maya Boll, artista e tatuatrice. Intorno allo spazio gravitano poi altre professionalità, altre sorelle. Il posto è molto accogliente, e tutto ruota intorno a questo salottino, dove vengono organizzati piccoli eventi e corsi, in un’atmosfera così rilassante e protetta che ha fatto sentire a mio agio anche me! 🦔
IL PROGRAMMA
28 MAGGIO – Salotto di Ambient Therapy
Decluttering dell’armadio – Fare spazio alla nuova te Con Silvia Baracani e Valentina di Punto.fun
Un Salotto dedicato a quegli abiti che non parlano più di noi. Ti aiuteremo a guardare il tuo armadio con occhi nuovi. Con empatia, ma anche con ironia e immaginazione.
Ti aspetta un salotto per: – lasciare andare ciò che non ti rappresenta più – riscoprire il valore del dono, della trasformazione e del riciclo – ricevere una lista di possibilità concrete per ripartire
Mercoledì 28 maggio – h 18:00 – Via del Porcellana 57/59r – Firenze
4 GIUGNO
Ricicla la tua felpa! Troviamo una destinazione per i vestiti che non vuoi più Con Silvia Baracani, Valentina di Punto.fun e Maya Boll
Due ore insieme per parlare di riuso, creatività e possibilità.
★ BARATTA CON PUNTO! Porta le tue vecchie felpe e ricevi buoni sconto da 7 euro ogni kg di felpa donata. I buoni sono validi per gli acquisti su www.punto.fun. Più informazioni su materiali adatti >>qui<<
★ SESSIONE DI ACTION PRINTING con Maya Boll. Porta una t-shirt chiara e fatevi stampare in diretta il logo delle All Sisters. Un gesto collettivo e affettivo, che parla di unione, alleanze, sorellanze.
Martedì 4 giugno – h 18:00–20:00 – Via del Porcellana 57/59r – Firenze
Entrambe le serate sono a Ingresso libero.
Conferma la tua presenza al 348 0840303 per permetterci di organizzare al meglio
Accessibilità e come raggiungere AllSisters
Il posto è in pieno centro storico di Firenze, a due passi da Piazza santa Maria Novella. Il modo migliore per raggiungerlo è in treno/mezzi pubblici. Per accedere all’interno c’è un gradino.
Nel mondo della moda, esiste un’enorme quantità di tessuti nuovi, mai utilizzati, che rimangono nei magazzini per anni. Sono i tessuti deadstock, materiali spesso di altissima qualità che, rischiano di restare inutilizzati o, peggio, smaltiti come rifiuti.
Perché i tessuti diventano deadstock?
Com’è che questi tessuti non vengono utilizzati? L’industria tessile, non è tra le più responsabili che ci siano. La maggior parte delle volte i tessuti sono prodotti in eccesso, e in altri casi i materiali vengono rifiutati dal cliente che non li ritiene conformi alle proprie aspettative. Le giacenze di magazzino sono dovute principalmente a:
Eccesso di produzione: Le aziende tessili producono più tessuto del necessario per prevenire carenze durante la produzione.
Cambiamenti nelle collezioni: Le case di moda possono modificare le loro linee, lasciando inutilizzati i tessuti precedentemente ordinati.
Ordini annullati: Clienti che cancellano o riducono gli ordini, lasciando i fornitori con materiali in eccedenza.
Fine serie: Tessuti legati a tendenze passate che non sono più richiesti sul mercato.
Sono materiali fallati?
Il termine” fallato” si riferisce a tessuti che presentano difetti o imperfezioni. In generale indica un tessuto con un problema. I falli possono essere di varia natura, e soprattutto più o meno invalidanti. Questi difetti possono variare da piccole imperfezioni a problemi più evidenti nella tessitura o nel colore. I falli sono generalmente segnalati con un adesivo sulla cimosa del tessuto, e nell’ottica della produzione artigianale, molto sepesso è sufficiente prestare attenzione durante il taglio per aggirare il problema evitando il difetto. Solo una piccola percentuale dei tessuti deadstock sono fallati e la maggior parte di questi sono perfetti e senza alcun difetto.
Il distretto di Prato, un polo storico nella gestione di tessuti
Prato, in Toscana è fin da tempi antichi un centro nevralgico nella produzione e gestione dei tessili. Già rinomata nel Medioevo come centro manifatturiero per la lana, nel XIX secolo viene perfezionata una tecnica di rigenerazione che permette di ottenere filati paragonabili al nuovo, riciclando vecchi indumenti. Ad oggi Prato continua ad essere un polo fondamentale per l’industria tessile. Dalla produzione alla vendita, senza trascurare la gestione dell’invenduto, la rigenerazione o lo smistamento del second hand. Per chi sta cercando tessuti deadstock in quantità significative, è una tappa quasi obbligata.
Accesso facilitato ai tessuti deadstock
Negli ultimi anni, sono nati diversi servizi online che mettono a disposizione dei privati tessuti deadstock. Queste piattaforme offrono una vasta gamma di materiali in eccedenza, permettendo a designer indipendenti e appassionati di cucito di acquistare stoffe di qualità a prezzi accessibili. Questo ha democratizzato l’accesso a materiali pregiati, promuovendo una moda più sostenibile e consapevole.
Un’opportunità per le piccole realtà
Il costo inferiore dei tessuti deadstock rappresenta un’opportunità unica per piccole realtà come PUNTO. Grazie a questi materiali, possiamo accedere a stoffe di alta qualità mantenendo i prezzi competitivi. Questo ci permette di offrire ai nostri clienti prodotti eccellenti senza compromettere la sostenibilità.
Questo è l’obbiettivo principale della linea CORE, realizzata interamente con tessuti deadstock e dedicata a chi preferisce liberarsi dal superfluo e concentrare tutte le risorse sulla funzionalità e sulla qualità.
Anche se con felpa si intende solitamente un indumento sportivo con cappuccio o senza, merceologicamente la felpa è un tessuto. Per la precisione è una maglia, perché ottenuta da un unico filato a differenza di un tessuto che ne ha due (trama e ordito). La lavorazione a maglia gli conferisce elasticità.
Per quanto riguarda la composizione del filato è tradizionalmente di cotone, anche se spesso si trovano maglie di felpa con composizione mista (Poliestere Spandex Viscosa) La composizione del filato determinerà la mano del tessuto, la sua lucentezza, la sua capacità di trattenere il calore, l’elasticità e ovviamente il modo in cui il tessuto deve essere smaltito.
Il dritto della felpa (quello che vediamo di un indumento) è solitamente rasato, il rovescio (il lato a contatto con il corpo) può essere garzato o non garzato.
Si può pensare che dalla lavorazione del rovescio sia determinata la pesantezza del capo, ed in parte è così, ma è il peso del tessuto (g/m²) che fa la vera differenza. In pratica lo spessore del materiale. Per fare un esempio una maglietta si aggira tra i 130 e i 160 grammi al metro quadrato. Per la felpa le grammature si aggirano tra i 240 e i 300 g/m².
COSA STO CERCANDO E COSA NON STO CERCANDO
Quello che cerco sono indumenti di felpa, anche a composizione mista. Vanno bene pantaloni, felpe con e senza cappuccio, con o senza cerniera. Perfetti sono indumenti per adulto senza grandi loghi.
Vanno bene felpe brutte, stampe orrende, colori pazzi. Confesso il mio debole per la pelliccia sintetica che accetto per simpatia. Valuto anche il pile.
Quello che non sto cercando sono indumenti sportivi di altro materiale. Non sono interessata a quelle tute scivolose che andavano di moda negli anni 90. Quindi niente acrilico, acetato, triacetato e poliestere, se non in percentuali molto basse.
Non sto cercando maglioni. Non sto cercando pellicce.
Ecco qualche esempio:
Per ogni dubbio, richiesta di informazioni o curiosità, scrivimi una mail, cercherò di guidarti passo passo!
Avevo bisogno di unicorni zombie: ho provato l’intelligenza artificiale (AI) di Canva e vi dico subito che è stato divertente. Alla fine sono anche riuscita ad ottenere più o meno l’immagine che volevo.
Non mi sto a dilungare sullo strumento, come funziona o cosa ne penso sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la creazione di immagini. Vi dico che la mia esperienza è stata piacevole e a tratti sorprendente.
Lo strumento ti chiede di inserire una descrizione dell’immagine che vuoi ottenere. La mia era più o meno questa:
“Accampamento post apocalittico con persone e animali nel bosco, accerchiato da unicorni zombie” e variazioni sul tema.
La cosa più difficile di tutte è stato spiegare all’AI il concetto di Unicorni Zombie.
Vi lascio una gallery dei risultati meglio venuti o più divertenti. Cliccando e ingrandendo ogni immagine potrete scovare delle incongruenze divertenti. Braccia che spuntano dal petto della gente, animali con un numero imprecisato di gambe.
Ma soprattutto, a cosa servono gli unicorni zombie? Per illustrare l’introduzione alla mia newsletter.
Si chiama ZombieCorn, parla di unicorni zombie e ti puoi iscrivere compilando il form
Una corretta manutenzione dei nostri vestiti è fondamentale per farli durare nel tempo. Come fare questa manutenzione ce lo dicono i simboli sull’etichetta di lavaggio. Questa è solitamente cucita all’interno del capo, spesso sul fianco sinistro. Ma cosa vogliono dire quei simboli e come leggere l’etichetta?
La composizione di un tessuto è solitamente la prima cosa indicata nell’etichetta, che riporterà le percentuali delle fibre che lo compongono, ad esempio 100% cotone o 60% lana 40% acrilico.
Sotto alla composizione troveremo poi una sfilza di simboli. Alcuni sono davvero chiari ed è facile capire cosa significano. Per altri invece la questione si fa un po’ più spinosa. Vediamoli
SIMBOLI DI LAVAGGIO
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Le informazioni di lavaggio ci vengono fornite dal simbolo della vaschetta.
Se la vaschetta è vuota è consentito il lavaggio in acqua con qualsiasi ciclo e temperatura.
Una mano all’interno della vaschetta ci dice che il capo va lavato a mano.
Se all’interno della vaschetta è presente un numero questo corrisponde alla temperatura massima consentita per quel capo. Se sotto alla vaschetta è presente una linea questa indica che è necessario un ciclo delicato.
La vaschetta può essere barrata, questo vuole dire che il capo non può essere lavato in acqua.
SIMBOLI DI STIRO
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Indicata dal simbolo del ferro da stiro accompagnato da puntini, che corrispondono a temperatura bassa, media, o massima.
Un ferro da stiro con una X sotto indica che è sconsigliato o vietato l’utilizzo del vapore.
Le temperature per il ferro: MINIMA fino a110°; MEDIA da 110° a 150°; MASSIMA fino a 220°
SIMBOLI DI ASCIUGATURA
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Il quadrato fa riferimento all’asciugatura.
Con un cerchio all’interno si riferisce all’asciugatrice indicandone la temperatura. Questa viene, come nel caso del ferro da stiro, indicata con pallini. Una linea sotto al quadrato indica la necessità di impostare un ciclo delicato.
Un quadrato vuoto indica invece l’asciugatura all’aria aperta. All’interno del quadrato possono esserci linee: in verticale se il capo deve essere appeso, in orizzontale se è bene asciugare il capo in piano.
SIMBOLI DI LAVAGGIO A SECCO
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Il lavaggio a secco è un procedimento riservato ai professionisti del settore e può essere effettuato in lavanderia. Una lettera all’interno del cerchio indica quali prodotti chimici sono consentiti o esclusi.
Nella manutenzione ordinaria non ci interessa realmente questa sezione, in quanto è dedicata a procedimenti di lavaggio eseguiti da professionisti del settore.
Sulla tua etichetta c’è un simbolo sconosciuto o misterioso? Chiedi consiglio ad una lavanderia, fai una ricerca su internet o lascia un commento qui sotto! Vediamo di darti una mano!
Vediamo come lavare la tua felpa PUNTO. Perché ci siamo ripetuti mille mila volte che dobbiamo comprare meglio, che dobbiamo acquistare vestiti di qualità, ma una corretta manutenzione è fondamentale perché quell’oggetto duri nel tempo.
Vedremo come lavare a asciugare quella bella felpa che ti sei comprat* o stai pensando di comprare.
I consigli che troverete di seguito si possono applicare a qualsiasi tuta o capo in felpa, ove non sia specificato diversamente nell’etichetta.
Buona notizia: lavare la tua felpa è facile. La puoi mettere in lavatrice usando un lavaggio normale a massimo 40 gradi.
Personalmente consiglio di non utilizzare la centrifuga a tutta manetta. 800 giri al minuto saranno sufficienti, ma se arrivi a 1000 non succede niente.
Usa una quantità ragionevole di detersivo. Troppo detersivo, oltre che inutile e inquinante, rischia di danneggiare la tua bella felpa. Se non viene risciacquato bene il detersivo in eccesso può danneggiare e spezzare le fibre di cotone, e a lungo andare provocare strappi.
Ammorbidente: l’ammorbidente a lungo andare crea una patina sulle fibre che le rende meno assorbenti. D’altra parte però aiuta a mantenere le fibre morbide e fibre morbide sono indispensabili perché il capo invecchi più lentamente. Quindi a voi la scelta. Io personalmente lo uso, senza esagerare con le dosi.
Separare i colori. Una cosa fondamentale per non fare disastri è imparare a separare i colori. Metti la tua felpa in lavatrice solo con colori simili. Solitamente abbassando la temperatura sotto ai 30 gradi si è più al sicuro dal rischio di dispersione di colore e tinture involontarie. Temperature fredde aiutano anche a preservare i colori brillanti nel tempo.
Considera di pretrattate le macchie più evidenti. Se non sai come fare qui se ne parla (MACCHIE COMUNI: COSA FARE)
Lavare a rovescio e con la cerniera chiusa
COME STIRARE LA TUA FELPA
Lo stiro è consentito a temperatura media, ovvero compresa tra 110 e 150°.
Tuttavia è necessario fare attenzione alle stampe gommose, evitando di stirarle se non volete ritrovarvele attaccate al ferro. È invece sempre possibile stirare i miei pattern che sono stampati con una vernice che impregna le fibre, e senza l’aggiunta di pellicole.
COME ASCIUGARE LA TUA FELPA:
L’asciugatrice è consentita a basse temperature, meglio ancora se con cicli delicati. Tuttavia il metodo migliore per asciugare una felpa PUNTO è in piano, meglio se a rovescio, in luogo ventilato e al riparo dai raggi del sole. Quando è bagnata la fibra di cotone è delicata e non particolarmente elastica quindi è vivamente sconsigliato far asciugare qualsiasi capo in cotone direttamente sulle grucce (o stampelle) per evitare deformazioni o rotture nella zona delle spalle.
Il mio consiglio è, dove non è possibile stenderla in piano, di cambiare di frequente posizione alla felpa, ad esempio mettendola prima al dritto poi al rovescio.
ALTRI CONSIGLI
Non strizzare o torcere da bagnata
Non candeggiare
Lavaggio a secco sconsigliato. Rivolgersi a professionisti
Carica la lavatrice con criterio: l’ideale è 3/4 del cestello.
Non lasciare i vestiti bagnati nella lavatrice. Toglili sempre il prima possibile.
Frequenza di lavaggio: Lavare un tessuto è da considerare un’azione stressante per questo’ultimo. Lava il tuo indumento solo quando è necessario, e fallo nella maniera più delicata possibile.
Separa i colori quando fai la lavatrice.
Separa i tessuti quando fai la lavatrice
Nel dubbio acqua fredda
Lavare i vestiti a rovescio è un buon modo per allungarne la vita
Ricordati di chiudere sempre le cerniere e i bottoni prima di mettere un indumento in lavatrice
Considera di lavare i capi più delicati utilizzando sacchetti protettivi.
A meno che non si tratti di lenzuola bianche, non mettere ad asciugare i vestiti in pieno sole
Se ti accorgi di piccoli buchi o scuciture riparali (o falli riparare) prima che si trasformino in voragini.
Non fare esperimenti proprio al centro del tuo capo. Se vuoi provare la temperatura del ferro o il tuo nuovo prodotto miracoloso per le macchie di tè, fallo in un punto nascosto, come l’interno delle tasche o del cappuccio
Conservare i vestiti ben piegati nell’armadio è meglio che appenderli
Non mettere la roba troppo pigiata nell’armadio.
Fare il cambio di stagione all’armadio è un buon modo per avere davvero presente quello che c’è dentro
Occhio all’umidità. Non mettere le cose umide nell’armadio per evitare che si formi la muffa.
Ci sono certe macchie che sono davvero noiose. Ad esempio le macchie del caffè, odiose e difficili da mandare via. Bad News. Molto spesso il lavaggio in lavatrice fissa la macchia per sempre o quasi. Mi sentirete dirlo fino alla stupidità ma la tempestività e fondamentale per buoni risultati.
D’altra parte non si può passare la vita ad aver paura di sporcarsi. Quindi armiamoci di leggerezza, olio di gomito e vediamo se c’è qualcosa che si può fare per queste stupide macchie.
Innanzi tutto, le macchie difficili vanno pretrattate, ovvero, vanno eliminate prima di mettere il capo in lavatrice.
In commercio esiste una gran varietà di prodotti specifici per le macchie più comuni. Io ho usato spesso quello per le macchie di grasso, e devo dire con risultati sorprendenti. Non sono prodotti per la pulizia ordinaria, se ne usa qualche di goccia solo sulla macchia da trattare. Sono prodotti un po’ aggressivi, e sono certa anche piuttosto inquinanti. Tuttavia riescono a risolvere il problema il 90% delle volte, evitando sprechi di diverso tipo ( lavare la stessa cosa 5 volte, dover buttare un capo rovinato).
In questo articolo vedremo come affrontare le macchie pi comuni con rimedi casalinghi e con ingredienti che quasi sicuramente avete in casa. Ci sono però tre cose che vanno tenute a mente fin da subito:
Il tempismo è fondamentale
Nel dubbio usare acqua fredda
Sapone liquido, spazzolino e giù strofinare, funzionano il 70% delle volte.
Ma andiamo a vedere macchia per macchia.
MACCHIE DI OLIO O GRASSO
In questo caso è necessario mantenere il sangue freddo. Non strofinare l’area per evitare che la macchia si espanda. Tamponarla velocemente usando la carta assorbente. Distribuire una piccola quantità di sgrassatore o detersivo per i piatti e lasciare agire qualche minuto prima di risciacquare e procedere con il lavaggio normale. è possibile usare anche del talco prima del detersivo, per assorbire la maggior parte del grasso senza strofinare.
MACCHIE DI SANGUE
Parola d’ordine: acqua fredda, meglio se gelida. Niente al mondo fissa una macchia di sangue come l’acqua calda. Se la macchia è secca usare l’acqua ossigenata per riattivala e poi acqua fredda e strofinare con sapone da bucato. In questi casi un detergente specifico può davvero aiutare. Se la macchia di sangue è molto vecchia può essere utile anche il detergetnte per macchie di ruggine
Anche in questo caso per evitare che la macchia si fissi bisogna pretrattate con acqua fredda. Usare una spazzola da bucato, o spazzolino e lavare con sapone di marsiglia. Risciacquare abbondantemente. Anche in questi casi se la macchia è vecchia si può provare a riattivare usando l’acqua ossigenata.
MACCHIE DI ALTRE PROTEINE, UOVO, GELATO
MACCHIE DI VINO ROSSO
Tempestività, innanzitutto. Tra le macchie più comuni quella di vino rosso è quella che è più facile da mandare via se si agisce immediatamente. Se messa sotto un getto d’ascia fredda prima che si secchi, la macchia sparisce praticamente all’istante senza lasciare aloni. Se non potete farlo Tamponare la zona interessata con un fazzoletto o un panno e cospargere di bicarbonato o talco, che assorbiranno l’umidità in eccesso. Il succo di limone è un buon alleato contro le macchie di vino rosso, quindi cospargere la macchia di succo e lasciare agire per 10-15 minuti. Se il tessuto lo consente, lavare la zona interessata con acqua bollente e risciacquare con acqua fredda.
MACCHIE DI CAFFÈ O TÈ
Votatevi a qualche santo perché tè e caffè sono veramente difficili da smacchiare.
Innanzitutto tamponare per contenere la macchia e provare a sciacquare immediatamente con acqua fredda. Se la macchia persiste, si può provare con una soluzione di acqua e alcool, ma solamente su tessuti resistenti. In questo caso suggerisco vivamente l’utilizzo di un detergente specifico.
MACCHIE DI ERBA
Provare inumidendo la zona e poi strofinare con acqua e sapone liquido o di marsiglia. Lasciare agire e risciaquare. In caso sia rimasto qualche alone provare con un panno o batuffolo di cotone imbevuto di alcool.
MACCHIE DI INCHIOSTRO
Potete provare a cospargerla di sale ( che assorbe l’eccesso di liquido) e successivamente con succo di limone. Segni di penna a sfera possono essere eliminati usando un cotton fioc imbevuto di alcool.
MACCHIE DI FANGO
Una volta secco, spazzolare o sbattere per togliere l’eccesso. Il fango deve essere reidratato, quindi lavato via con acqua e sapone frizionando. Il mio libro sulle macchie1 dice di passare sulla macchia una fetta di patata cruda. Sinceramente non ne ho mai avuto bisogno, però non si sa mai. Se necessario ripetere l’operazione più volte, poi procedere alla manutenzione ordinaria dell’indumento.
NOTE E LINK UTILI
Se volete per forza utilizzare, benzina, latticello e ammoniaca, andate a consultare la Piccola Enciclopedia del Bucato, Miele, la trovate qui in formato pdf.
Un altro pdf che può essere utile da stampare e studiare prima di addormentarsi QUI
NOTE
Come tenere la casa a posto, di Fiamma Niccolini Adimari, 1986. Un vero concentrato di patriarcato e sottomissione femminile. Spero sia fuori commercio. Tuttavia contiene informazioni valide sulla manutenzione, e ahimè a volte lo consulto. ↩︎
In questo articolo parlerò di UPCYCLING e nello specifico di upcycling di abbigliamento, una pratica sempre più diffusa, e con ancora tanto potenziale da rivelare.
UPCYCLING – RECYCLING – DOWNCYCLING
L’UPCYCLING e ABBIGLIAMENTO
vi racconto come sono finita a fare upcycling di abbigliamento e perché non voglio smettere più ♡
Upcycling è un termine che è stato usato la prima volta negli anni 90 per definire una pratica di riciclo virtuoso. A usarla è stato l’ingegnere meccanico Reiner Pilz, in un articolo1, in cui sostanzialmente parla di possibilità del riciclo industriale e riduzione degli sprechi.
In italiano viene a volte tradotta come riuso creativo o riciclo creativo.
Dal punto di vista del riciclo industriale
Se partiamo dal presupposto che da un punto di vista etico riciclare è sempre meglio che non farlo, dal punto di vista economico questo processo può essere conveniente (up-cycle) o no (down-cycle).
Con riciclo industriale intendiamo quel procedimento che permette di riportare un materiale esistente ad uno stadio nuovamente lavorabile. Questi processi utilizzano risorse ed energie, e non sempre il materiale ottenuto è paragonabile a quello di partenza. Insomma ci sono materiali che è economicamente vantaggioso riciclare, ed altri no.
Con il tessile si può fare un buon esempio. La rigenerazione della lana2 è un tipo di riciclo piuttosto virtuoso, perché usando relativamente poche energie e risorse, è possibile ottenere una fibra paragonabile a quella vergine.
Il cotone invece è molto difficile da rigenerare, e il materiale ottenuto è generalmente di qualità più scarsa rispetto a quello di partenza. Risulta inadatto all’abbigliamento3 se non integrato con grandi quantità di fibra vergine.
In un ottica industriale, ha senso parlare di Upcycling solamente dove, cambiando destinazione d’uso a un materiale di scarto o a un rifiuto, diventi conveniente lavorarlo.
Ad esempio esistono aziende che trasformano gli scarti tessili in materiale edile, fonoassorbente o isolante.
Dal punto di vista dell’artigiano
Il secondo modo di intendere il termine upcycling fa riferimento ad una pratica artigianale.
In questo caso il termine può essere tradotto con riuso creativo o riciclo creativo. Si produce quando le energie impiegate nella trasformazione di un oggetto sono principalmente energie creative / trasformative.
Partendo da materiali non più servibili o scarti di produzione, un oggetto viene trasformato, cambiandone o meno la destinazione d’uso, possibilmente guadagnandoci qualcosa dal punto di vista estetico o pratico.
Secondo me un buon esempio di questo modo di fare l’upcycling, è l’altalena fatta con il copertone. Il copertone in questione non è più sicuro per la strada, ma regge di certo il peso di un piccolo essere umano. Magari non è l’altalena più bio-compatibile che c’è, però funziona, ed è stata costruita applicando una quantità di energie e risorse minime.
Gli esempi di upcycling artigianali sono infiniti. Gioielli, arredamento, abbigliamento, tessili per la casa, in questi anni stiamo assistendo alla fioritura di innumerevoli attività che fanno degli scarti degli altri il loro materiale preferito. Ci sono persone che preferiscono lavorare con gli scarti di produzione e altre con oggetti non più utilizzabili, ma il punto è sempre quello: quello che una persona non usa più per un’altra può essere un tesoro.
Upcycling e aumento di valore
Cercando il termine upcycling in rete troviamo una definizione che personalmente approvo solo in parte.
Si legge che: ” l’upcycling è un procedimento di trasformazione di un oggetto indesiderabile in qualcosa di maggior valore, reale o percepito.”
Personalmente approvo questa definizione solo in parte. È innegabile che se, attraverso il nostro atto trasformativo, strappiamo un oggetto dalla discarica e lo re-immettiamo sul mercato, ne aumentiamo il valore. Come rifiuto infatti un oggetto è solo un costo, mentre se torna ad essere merce, si può dire abbia un valore.
Il valore di qualcosa però è strettamente legato alle necessità dei singoli. Niente ha più valore di un fazzoletto da naso se ho il raffreddore, o di una giacca abbandonata nel portabagagli, se ho freddo. Se aggiungo dei diamanti a quel fazzoletto ne aumento il valore o ne comprometto la funzionalità?
Una t-shirt aumenta di valore se ci aggiungiamo il marchio di un brand famoso? La risposta è sì, e la spiegazione è che in quel marchio, sono condensati anni di lavoro, di prove, di test, di fallimenti e di investimenti4.
Ma l’atto di aggiungere un logo è upcycling? Se torniamo alla definizione presa dalla rete è così, anche se è evidente però che non può bastare.
L’upcycling dell’abbigliamento affonda le sue radici nel punk. E quando si parla di punk e di abbigliamento non si può non citare Vivienne Westwood.
Negli anni 70 i giovani sono stanchi e arrabbiati. Ne hanno abbastanza delle tradizioni, della monarchia e del perbenismo. Il punk, come contro-cultura nasce più o meno così. E l’abbigliamento di questi giovani non può che rispecchiare questa rabbia e la necessità di prendere le distanze da quello che viene comunemente chiamato “buon gusto“.
Vivienne Westwood apre la sua prima boutique a Londra nel 1971. Inizia a sperimentare con l’abbigliamento, dissacrando e trasformando capi anonimi. La sua sperimentazione la porta verso quell’estetica che oggi è nota come punk.
Di fatto stava praticando l’upcycling, anche se a quei tempi si chiamava Do It Yourself5.
Sono innumerevoli i designer e i brand che oggi stanno sperimentando l’upcycling nell’abbigliamento. Parliamo sia di giganti del haute couture, sia di artigiani e artisti che vendono ed espongono in mercati locali, fiere e botteghe. E sì, c’è tanta fuffa6 in giro. C’è chi preferisce utilizzare scarti industriali, collezioni invendute o indumenti inutilizzati.
Vi racconto come è successo per me, e come è diventato prima il mio gioco preferito, e poi il mio lavoro.
Breve storia di PUNTO
Io faccio la sarta dal 2009. Ho avuto una formazione sartoriale classica (per l’industria) e quando ho iniziato a lavorare ho scelto di essere una sarta per lo spettacolo. Questo perché adoro i vestiti e ho una vera ossessione per il tessuto, ma non sopporto le logiche della moda.
Nel 2019, come molti, ho avuto un po’ di tempo libero7, e mi sono inventata PUNTO.
PUNTO è nato come progetto di abbigliamento sportivo e doveva essere un lavoro tappabuchi per mettere a frutto le pause tra una produzione e l’altra, che nel teatro sono fisiologiche.
Nel 2020 ho creato la mia prima FelpaMeticcia. È stato un momento illuminante perché ho capito come coniugare la mia necessità di creare vestiti per la vita quotidiana e nello stesso tempo farlo con le mie regole.
La prima meticcia
2019/2020, pieno covid, teatri chiusi, negozi chiusi, nessuno va da nessuna parte. Io sono felice di stare in casa, stare a casa mi piace moltissimo. Però la macchina da cucire chiama, e io ho finito la mia scorte di tessuto. Sto lavorando sul mio modello di felpa, e non ho materiali per provare le modifiche. STACCO.
Sto cercando qualcosa da mettere, e voglio mettermi una felpa. Ho 10 felpe, ma è mai possibile che nessuna di queste sia proprio quella che voglio mettere? STACCO
L’idea l’ho avuta in camera da letto, davanti ad una montagna di felpe lanciate sul letto, e me lo ricordo bene perché in quel momento ho trovato la soluzione a due problemi contemporaneamente: sbarazzarmi dei vestiti che non uso, e avere esattamente quello che sto cercando, ovvero una felpa che sia fatta come voglio io.
Ho preso tutte quelle felpe e le ho smontate, e poi le ho rimesse insieme, ed è venuto fuori quello che poi ho chiamato felpaMeticcia, ma che avrebbe potuto chiamarsi Felpa Frankenstein.
Alla fine ho scelto meticcia perché mi piacciono i cani, ma questa è un’altra storia.
Il mio modo di fare UpCycling: abbiamo troppi vestiti
Creo solo pezzi unici. Le mie felpe sono pensate per essere un oggetto prezioso, a cui è possibile affidare dei ricordi. Mi assicuro di usare solo materiali integri e mi preoccupo della durabilità e della qualità di ogni capo. Mi piace che siano morbide e colorate e mi rifaccio a un’estetica anni 90.
Questo lo faccio usando solamente materiale che qualcun’altr* ha considerato uno scarto.
Nella progettazione preferisco partire dai colori e solitamente servono 3 felpe inutilizzate per farne una che possa durare anni. (più info sul progetto qui)
Da dove arrivano i materiali che uso
La maggior parte dei materiali che uso arrivano da clienti che scelgono il baratto come forma di pagamento, totale o parziale. Ho poi un fornitore di abbigliamento usato da cui compro le felpe a peso, e cerco spesso in negozi second hand o mercatini. Il tessuto vergine invece arriva esclusivamente da invenduto di altre aziende o come si dice di questi tempi dead-stock8.
Nella realizzazione di progetti personalizzati, do’ la possibilità di inserire una o più felpe amate, in modo da continuare ad indossare quei ricordi.
AMICI ARTIGIANI & UPCYCLING
Vorrei chiudere questo articolo con un elenco di amici e colleghi che hanno fatto di materiali di recupero il loro tesoro! Sono belle persone, che hanno storie che meritano di essere ascoltate. Vi metto dei link, così potete farvele raccontare da loro.
Eccoli, in rigoroso ordine alfabetico!
ANDREA LOCCI
Andrea è uno scultore. Nelle sue opere oggetti d’uso comune ormai abbandonati, perdono ogni contatto con la loro funzione originaria. Niente però va davvero perso. Quasi portassero addosso tutte le storie degli oggetti di cui sono fatte, le sue creature finiscono per essere estremamente espressive, come i personaggi di una storia nuova.
Raffaella lavora con i palloni bucati. Nelle sue mani si trasformano in borse e zaini colorati e resistenti. Ogni pezzo è unico e salva un pallone dalla discarica. La sua estetica è decisamente anni 90, e gli amanti del genere potranno completare il set con i borsellini-audiocassetta che personalmente trovo adorabili.
Alice e Mirko riciclano le bottiglie di vetro, che trasformano soprattutto in meravigliosi set di bicchieri, ma anche vasi e lampade. Divertenti, provocatori, leggeri, elegantissimi, ce n’è davvero per tutti gusti e per tutti gli stili. I loro lavori sono perfetti per dare un tocco originale agli ambienti più diversi e, come se non bastasse, sono anche iper funzionali e comodi da usare.
Sergio realizza gioielli dall’estetica industrial e dalle linee pulite. Tubi, dadi, chiavi e scarti vari di metallo, nelle sue mani si trasformano in oggetti preziosi e dall’impatto potentissimo. Ingranaggi e tubi sono ben in vista, e salta subito all’occhio la sua grande abilità nella lavorazione dei metalli.
Claudia lavora con la carta, in particolare con i libri destinati al macero. Con questi realizza delicatissimi gioielli che sono vere e proprie storie da indossare. Carta, parola stampata e pietre dure, tutto in composizioni leggere e lineari. I suoi lavori sono romantici ma anche ironici, sono eleganti, ma anche perfetti per sdrammatizzare.
Giulia e Raul lavorano con camera d’aria e copertoni. Realizzano principalmente borse, zaini, e astucci, ma anche gioielli e altri accessori. Lo stile è minimale e le linee pulite valorizzano il materiale di partenza in maniera sorprendente.
Teddy realizza gioielli con antiche posate in argento. Con queste realizza soprattutto anelli, ma anche bracciali e pendenti. Il suo obbiettivo è liberare le posate dall’incubo dei cassettini, delle vetrinette e delle scatoline foderate i velluto. I suoi gioielli sono davvero carichi di storia e di storie: spesso romantici, a volte ironici, di sicuro non passano inosservati.
Ecco un po’ di link per approfondire il tema dell’upcycling, dell’impatto del fast fashion e della sostenibilità nel mondo dell’abbigliamento.
Solomodasostenibile – Un magazine, un podcast e una newsletter settimanale. Una vera miniera di informazioni sulla sostenibilità del tessile. Di Silvia Gambi
Junk, Armadi pieni – Serie tv. Il giro del mondo in 6 episodi, per raccontare l’impatto della moda sulle persone e sull’ambiente. Co-prodotta da Will Media e Sky Italia
Stracci – documentario sulla filiera del tessile, incentrato soprattutto sull’industria della lana rigenerata. Il documentario è su varie piattaforme di streaming.
Fortunatamente si sta facendo molta ricerca in questo senso, ottenendo materiali rigenerati di qualità sempre migliore. ↩︎
La risposta è ovviamente molto più complessa di così, e forse ne parleremo in un altro articolo. In questo momento mi accontento di sottolineare che il mondo dell’abbigliamento è così saturo di valori illusori, che a volte scindere il reale valore di un capo e quello del suo marchio è praticamente impossibile. ↩︎
Il pensiero Do it Yourself (DIY) non ha direttamente a che fare con il riciclo, ma più con il rifiuto dell’idea che ogni cosa di cui un individuo ha bisogno debba essere acquistata. È una posizione anticapitalista, e ha molto a che fare con l’indipendenza dall’industria e dalle multinazionali. ↩︎
Fuffa – Ciarpame, roba che non vale niente; argomentazione ingannevole o inconsistente ↩︎
Dead-stock – tessuti in giacenza. I tessuti così denominati, possono essere avanzi da collezioni precedenti, merce rifiutata dal cliente o invenduto. ↩︎